SPAZIO ARTE DEI MORI
MODENA
Mostra Permanente
Small and Large Paper Works
Opere di Yasuo Sumi
Le dimensioni di un’opera d’arte sono importanti? Se i due famosi dipinti di Vermeer conservati al Louvre, “La merlettaia” e “L’astronomo”, fossero larghi due metri anziché venti centimetri avrebbero ai nostri occhi un senso diverso? Fra il Tondo Doni (diametro 120 cm) e la Cappella Sistina (13,5 metri per 12,2) c’è una differenza sostanziale?
La risposta giusta probabilmente è che sì, certo, le dimensioni di un’opera pittorica hanno un valore importante, sono uno degli elementi su cui si fondano e si sostengono l’identità visiva e la potenza della pittura. Ma non nel senso che la Sistina è “più Michelangelo” e il Tondo Doni lo è di meno? Quello che cambia è soprattutto il contatto con l’osservatore, la relazione visiva, il modo di leggere il quadro e dialogare con lui, di guardare e di essere guardati.
Nella pittura informale del maestro Gutai Yasuo Sumi, il grande e il piccolo toccano e trasformano soprattutto il movimento della materia pittorica, potenziano o sminuzzano la corporeità del gesto, la fisicità enigmatica dell’evento che abita la superficie.
Il sole giallo e rosso del Work 28 del 1972, che copre e domina un’oscura presenza di tentacoli, è grande e quindi erompe da non si sa dove, scalda e avvolge, forse ci protegge da un nero tormento. Se fosse piccolo non avrebbe la forza di farlo. Lo Sketch 05 del 1958 se fosse grande sarebbe lontano, distante come un’apocalisse cosmica, astratto come il mondo esploso di un multiverso parallelo. Invece è piccolo e allora ci inquieta perché è lì con noi, ci tocca come una ferita o un graffio striato di sangue, un foro fatto da una qualche tipo di proiettile, magari un proiettile incorporeo, esoterico, un’emozione spaventosa che lascia un minuscolo sfrangio nell’anima.
Anche lo spontaneo fenomeno di animalizzazione dell’astratto, il gioco proiettivo alla Rorschach che inevitabilmente si attiva vedendo le macchie Gutai, viene influenzato dalle dimensioni dell’opera. I piccoli, fragili insetti che danzano sospesi fra le vibrisse dello Sketch 01 del 1954 portati alla grande dimensione diventerebbero probabilmente un volto mostruoso con due occhi sbilenchi e una bocca di nere fauci simili a una chela. Il Work 34 del 2007 è chiaramente un Kaiju risorto dalle profondità del sottoterra che ci fronteggia e ci rincorre, un Venom alieno colto nel mezzo di una metamorfosi di fibre e filamenti ma pronto a colpire. Chissà se rimpicciolito smetterebbe di fare paura diventando un luccicante parassita di lacca e catrame, un innocuo fronzolo che ghirigora frenetico sulla parete di carta?

















